E vissero felici e contenti?

Su Famiglia Inaspettata crediamo che la fine di una relazione non sia un errore da cancellare, ma un’esperienza umana da attraversare. Non sempre con grazia, non sempre con risposte pronte, ma con la possibilità, se sostenuti, di trasformarla in un passaggio di consapevolezza. Per questo ospitiamo voci di professionisti che sanno stare nella complessità, senza favole né scorciatoie, ma con rispetto per il dolore e fiducia nella capacità delle persone di rialzarsi. Questo articolo va in quella direzione: non addolcisce la fine, ma la rende dicibile. E forse, proprio per questo, un po’ più abitabile. Benedetta, Famiglia Inaspettata


Se a quest’ultima riga delle favole avessimo aggiunto un punto di domanda sarebbe cambiato tutto… non trovi?

Avremmo trasformato il mito in una domanda aperta, incrinandolo con un poco di dolorosa realtà. Avremmo lasciato latente la possibilità — quasi una certezza — che le relazioni finiscano. Alla fine si muore, anche le relazioni, sempre prima di noi.

La qualità delle relazioni è il grande elisir di lunga vita secondo la famosa ricerca di Harvard durata più di 70 anni: è uno dei migliori predittori della felicità. Eppure, come sappiamo più dalla vita che dalle favole, ciascuno sull’altare delle relazioni — soprattutto quelle romantiche — lascia versamenti di sangue, delusioni e disillusioni, cocci, ricordi, sconfitte, sacrifici.

È il tirocinio dell’amore.

Fallire nelle relazioni sembra quasi un compito evolutivo. È la virtù dello “sbagliando s’impara”. Applicarla all’amore è certamente pesante; forse è anche “impopolare”, perché continuiamo a riproporci — attraverso film, canzoni, libri e poesie — l’idea dell’amore che vince su tutto. È l’ultima parola, sconfigge la morte, è il cemento di un “noi” inossidabile e perpetuo.

E poi c’è l’esperienza tua, mia, nostra, di tutti. Chi non ha mai fallito in amore, o almeno si è schiantato qualche volta, forse dovrebbe vivere nelle favole invece che nel nostro mondo. Forse lo guardiamo pure con sospetto?

Quando l’amore, da soggetto, diventa verbo — “amare” — non è più un Dio immortale ma un contadino che lavora di schiena: fa fatica, zappa la terra per far crescere qualcosa quando è finita la primavera dell’innamoramento. Quando c’è pioggia, quando c’è arsura, quando c’è gelo. Talvolta c’è un raccolto abbondante, altre volte no.

Si fallisce. Cazzo, se si fallisce.

Ma il fallimento — scusami se mi ripeto — non è solo rottura, morte di un “noi”, disillusione, sconfitta. Il fallimento, dopo lo sconvolgimento che crea, è una terra che può dare ancora i suoi frutti.

I frutti del fallimento

Ecco una lista, nutrita ma necessaria:

  • un cammino che inizia senza l’Altra/o;
  • l’accettazione (non l’approvazione) di ciò che è stato, con tutte le revisioni necessarie;
  • la convivenza con emozioni basiche come la rabbia e il dolore;
  • la liberazione che ti scarcera o la solitudine che ti imprigiona;
  • la presa di coscienza sui torti fatti e subiti, sui circoli virtuosi o viziosi;
  • il punto chiaro su ciò che non si vuole;
  • una nuova apertura — o chiusura — verso gli altri;
  • la contabilità spietata delle proprie risorse per affrontare una fine e un inizio;
  • il ritorno a quel mondo di relazioni che veniva dopo il proprio partner;
  • la chiarezza su cosa e come la relazione ci ha cambiati;
  • la cicatrizzazione delle ferite;
  • il perdono, forse;
  • la leggerezza, magari;
  • la comprensione di quando stare soli è meglio;
  • il dono dell’esperienza per fare ancora, e magari per fare diverso.

E dici poco?

Nel curriculum di esseri umani, la fine di una relazione sembra essere un Master di specializzazione su come imparare a farle.

Allora facciamo così: saltiamo il recinto delle favole, atterriamo a piedi pari nel cimitero delle relazioni finite. Non facciamoci trascinare nelle tombe — con tutto il rispetto per lacrime, sudore e sangue versati — e parliamoci guardandoci negli occhi questo grande, importante, inevitabile “Finire”. Che ne dici?

Siamo come stuntman che devono imparare a cadere bene e a rialzarsi una volta di più di quante siano caduti. E magari, occasionalmente, imparare una lezione, una mossa o un trucco da condividere con i compagni che marciano verso l’amore: quello bello che dura, ma che prima o poi ti ritrovi in trincea, sanguinante e disorientato.

“La nostra fine è il mio inizio” è il risorgimento al quale la vita ti obbliga a partecipare — a meno che tu non appartenga all’olimpo dei meravigliosi, abili e/o fortunati che hanno costruito la coppia eterna (ammesso che sia una relazione sana e non un sepolcro).

A cosa serve questo percorso?

A curarci dopo il finale infelice. A imparare dagli errori. A sopportare meglio il sapore dell’amore andato a male. A sentire come gli altri ce l’hanno fatta o ci provano. E poi anche perché la vita, alla fine, ci chiama a continuare la strada — fosse anche strisciando.

“Viva la fine”, perché è un inevitabile inizio se la guardi da un’altra prospettiva. Su questo mettiamo l’accento, senza dimenticare i colpi di coda del lutto, le frustate improvvise del risentimento e della solitudine.

Che tu sia a terra, dolorante, o già in piedi dentro un’altra relazione, qui troverai un porto sicuro: uno spazio dove condividere la saggezza maturata dalle vecchie chiusure o le emozioni e i pensieri di quelle recenti.

Per qualche incontro, il gruppo sarà casa. Un luogo in cui curarsi con empatia, ascolto e confronto; dove distillare, dal collettivo che siamo, tutta la testa e tutto il cuore che ci serve per camminare dritti, qualunque sia la tempesta.

Non si può cambiare il passato — a parte il suo peso sul cuore — ma si può cambiare il presente e, quindi, il futuro.

Cosa ne pensi?

Puoi entrare nel percorso di gruppo compilando il form che trovi qui . Sarà un percorso in cui condividere e confrontarci dedicato a chi sta attraversando la fine di una relazione o l’ha già affrontata e sente il bisogno di ritrovare direzione, risorse ed equilibrio.

Claudio Giovenzana

Claudio Giovenzana

Psicologo, vive tra Italia e latinoamerica dove ha viaggiato per 15 anni. Si è specializzato, con master post-universitari e diplomi in questi ambiti: conduzione di gruppi, anche online, con metodi attivi, in Psicodramma, in Psicosomatica ed in Terapia Breve Strategica. Studia dal 2016 anni la psicoterapia assistita con psichedelici e alcuni modelli di medicina alternativa.

https://www.instagram.com/claudiogiovenzana/

https://www.facebook.com/GiovenzanaClaudio

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Sono Benedetta Petralia life coach nella separazione. Ho vissuto in prima persona la separazione e sono mamma di una bimba. La mia esperienza mi ha portata ad aprire questo blog per dare uno spazio sicuro e senza giudizio a chi affronta questo evento. Ancora oggi ci sono molti pregiudizi e stereotipi che creano molte difficoltà a chiunque viva questa situazione.

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